mercoledì 16 luglio 2008

la questione della dimensione

In prima istanza la disciplina del progetto sembra prescindere dalla dimensione o dalla scala dell'oggetto disegnato, come se lo spazio, le regole compositive, tecnologiche e costruttive fossero una costante indipendente o relativa rispetto alla consistenza dell'oggetto progettato. Viceversa la contemporaneità ha dimostrato che l'ipotesi dell'indifferenza, elemento costitutivo del pensiero moderno, conduce verso una banale semplificazione delle differenze logiche e tipologiche dell'abitare poichè annulla, oltre il valore del tempo e della storia (l'idea della tradizione), il contributo di ogni scarto geografico (il concetto di luogo). In particolare il celebre assunto gropiusiano per cui sul piano metodologico il progetto costituisce un'invariante rispetto alle dimensioni al contorno restando fedele e costante al variare della scala di intervento (dal cucchiaio alla città), non definisce soltando il senso di un'utopia inutile quanto il centro di un'atopia dannosa e ormai unanimamente rifiutata.
oggi quell'ipotesi totalizzante e suggestiva appare sepolta, oltre dal peso delle 1344 pagine dell'argenteo tomo koolhaasiano concepito in opposizione diretta all'idea dell'invariante scalare (è ovvio che Small, Medium, Large ed Extra Large, significano "altro" rispetto ai paragrafi del volume), dalla pratica quotidiana del progetto e dalla specificità disciplinare che nel corso del tempo si è spontaneamente organizzata anche in relazione alla "grandezza" dell'intervento. Certamente in coincidenza di cambiamenti epocali, pensiamo ai primi anni del ventesimo secolo, e in presenza di particolari e straordinarie figure, Le Corbusier su tutti, ad uno stesso autore era riconosciuta attribuzione di merito sia nel disegno di una chaise longue (la celebre LC4 del 1928) sia nell'impostazione di una nuova struttura urbana (Chandigarh, progetto del 1951), tuttavia, tale opportunità rientrava in una volontà ed un pensiero che, come ricordato, risultano superati dagli eventi e dalle circostanze che rendono ogni agire universale "inadatto", o meglio, "fuori luogo" rispetto alla complessità del presente.
Non si tratta di un semplice problema di rappresentazione della realtà, quanto di interpretazione e consuetudine operativa derivante dal livello delle questioni da affrontare oltre che di una attitudine del progetto a confrontarsi in maniera appropriata alla scala dei problemi e delle tematiche logico-costruttive sottese.
Nel presente appare acclarato che l'industrial design, l'architettura ed il paesaggio, sia urbano che naturale (ciò che un tempo si chiamava urbanistica), costituiscano ambiti affini ma costitutivamente e disciplinarmente diversi, mentre appare meno evidente tale differenza quando la scala di intervento passa dalla casa all'edificio, fino al progetto urbano, consideratia ancora oggi appannaggio di uno stesso procedimento cognitivo. Ciò non sottintende una scalarità di merito - il Saccello Rucellai non è meno importante, sul piano della composizione architettonica, del pensiero e dell'esperienza albertiana, dell'omonimo Palazzo - semmai una scalarità metodologica, nel senso di una diversa e variata soglia di attenzione e valutazione delle condizioni di lavoro.
Da questo punto di vista le architetture a piccola scala mostrano senza possibilità di compromesso l'importanza dell'uso della materia e della tecnica costruttiva, l'attenzione nell'assemblaggio, nella scelta della grana e della tattilità dei materiali, l'impossibilità di commettere errori o indecisioni nelle scelte da adottare poichè ogni elemento deve risultare sempre equilibrato e coerente indipendentemente dal livello di dettaglio, poichè, evidentemente, la parte e il tutto, risultando compresse e talvolta coincidenti, interpretano un assieme facilmente comprensibile e comparabile con la scala umana e con l'agire quotidiano oltre a consentire un tempo di costruzione e di reazione, contenuto e valutabile. E' questo contributo disciplinare che fa dei piccoli progetti un grande laboratorio di idee e spreimentazione, una sintesi compiuta tra strumenti e mezzi, un'opportunità di comprensione diretta del pensiero.

Marco, Casamonti, La questione della dimensione, area - rivista di architettura e arti del progetto, maggio/giugno 2008, n. 86.

0 commenti:

Posta un commento